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Adesso è chiaro. Ora che "Until Death Comes" ci arriva dalla direzione opposta, gli USA – per intercessione di Secretly Canadian – e non dalla terra dei miracoli di Svezia, si può finalmente capire meglio, sovrapponendo le diapositive sul proiettore.
Il disco è rimasto lo stesso, ma liberi dall'illusione stagionale (e dai fantasmi di Jens Lekman, El Perro del Mar e compagnia di songwriter) riusciamo a vedere. I colori si asciugano e Frida Hyvonen adesso è bianco su nero, nero su bianco; bicromatismo senza preferenze.
Adesso è chiaro che la sua musica attinge alla malinconia della notte, quando il silenzio è una parte così importante del tutto che per interromperlo è necessario un valido motivo. E l'ora dei sogni è tanto vicina da confondersi con la realtà. Diventate americane, le sue canzoni fanno paura, mettono freddo, esaltano le pause. Le dita che esitano sui tasti, il respiro riluttante che accompagna ogni parola spiegano l'innamoramento dei Concretes e la voluttà con la quale sempre più persone si abbandonano al pianoforte di Frida: l'eleganza e la solitudine riflettono i sentimenti di chi ascolta e sono i sintomi di un isolamento al quale l'artista oppone uno sdegno privato, ingenuo e passionale. Spontanea come una bambina che non abbia interesse a distinguere il bene dal male, fiera come una poesia di Anne Sexton, Frida piega la realtà ai suoi voleri. Adesso è in buona compagnia, da qualche parte tra le note sepolcrali di Nina Nastasia e quelle impolverate di Cat Power, ma rimane sola. Qua la luce non passa, non bacia il suo abito bianco né le note del suo pianoforte; le parole sono confessione e conforto per i disperati, in un percorso di purificazione con il fuoco che lascia sul campo solo due colori. Il nero e il bianco dei tasti.
www.fridahyvonen.com
