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Le raccolte sono sempre ricche di sorprese. Pensavo di averle viste tutte con il tributo a "What Is Love" di Haddaway, ma questa prima uscita della giovane etichetta parigina Beaubrun rimette in palio il titolo per la compilation più stramba. Il Cagesan (sulla cui reale esistenza non scommetterei un centesimo) è un passero Australiano il cui verso - un veloce cinguettio seguito da un fischio lungo e stridulo - è servito come base per le composizioni di quindici artisti, pescati soprattutto nel sottobosco elettronico francese. E ogni canzone - qui si entra nel surreale, attenti - porta per titolo il nome di un capo di vestiario che compone il guardaroba del pennuto, peraltro accuratamente documentato nel filmato della visual artist Elizabeth Creseveur in calce alla tracklist (ve l'avevo detto io).
Liquidata la questione della stranezza, non stupirà scoprire che "I Love Machine" è un album ricco di ironia, anche negli angoli meno raggiungibili laddove l'elettronica si fa portavoce di una incomunicabilità volatile, divisa tra voglie di rotondità e improvvisi acuti - proprio come il canto di un uccello – per poi raffreddarsi ad alta quota.
Il verso campionato del Cagesan non è solo un trillo rassicurante che torna a ricordare il piano dell'opera ma serve a spiegare il distacco emotivo di gran parte del lavoro, strutturato in larghe gabbie sature di suoni elettronici ed analogici - come l'elettrofolclore di DJ Chienlup - e per la maggior parte strumentale, fratturato in bleeps e mosaici electro che affascineranno solo i più portati alla materia.
Le interpretazioni più stravaganti sono l'incrocio naif tra rap e disco 80 di Digiki, la minacciosità industriale di James Harvey che trova il modo di inserire nel suo pezzo un campione dei Buggles e Reznicek, che in "Petite robe de printemps" apre e chiude citando il Lennon defunto di "Free as a bird", contorno alla calibrazione in varie modulazioni dei suoi strumenti (qualunque essi siano).
Quella più vicina a casa è l'interazione calda e festiva di Toog/Gilles Weinzaepflen, che illude con uno spesso strato indietronico e poi va a pesca in ogni tipo di field recording generando il tipo di allegro caos che si addice all'opera (d'altra parte è lui il padrone di casa). E fa capolino anche Momus, che anziché usare il verso dell'uccellino per ornare il suo pezzo ("Costume de Lapin") lo replica al PC e lo mette in loop su effettaglia varia, concreta e inaccessibile.
L'avrete capito: non è roba per tutti, ma non solletica la vostra curiosità?
www.beaubrun.net
