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Se negli episodi precedenti a Simon Breed era piaciuto evocare l'empatia dello sfigato, questo album è un affare molto più serio: chiuso in un pessimismo impenetrabile sui destini umani, sia che proceda per allegorie (le favole noir "I spy the spider" e "The Golem vs the Gentile Giant", entrambe notevoli) sia che ponga quesiti esistenziali ("An Unhappy Fish"), Breed sputa il suo scoramento in faccia al mondo, e graffia le corde della sua chitarra con gli occhi fissi sul marciapiede.
Prevalentemente acustico, il fingerpicking carico di spigoli, di rado aperto alla melodia ma alternativamente minimale, delicato e poi travolgente, "The Smitten King Laments" è crudo e in larga parte sgradevole, perché non conosce altro modo per raccontare la sua sgradevole realtà; nemmeno quando i testi finiscono sul personale ("Devastating Sky", l'ingannevole quotidianità di "Finish My Book") sanno concedersi un sorriso, e anzi amano confondere le miserie personali con quelle collettive, esporre al mondo le loro fosche conclusioni.
Un'intensità di lacrime e sangue che non nasconde il talento dell'autore. Invita, piuttosto, a preoccuparsi per lui.
www.simonbreed.com