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Internet non restituisce molte informazioni sui Rose, titolari di un misterioso ed improvviso album omonimo. Sappiamo che sono in cinque, prendono il nome dal leader Peter Rose e vengono da Glasgow, e tante altre volte questo sarebbe bastato, ma non ora.
Perché "Rose" ha la copertina, la forma e l'aspetto di un concept album, le tinte scure di chi vuole raccontare una storia dark. Le sue spire strumentali elaborano una forma di pop progressivo a tratti pesante, in altri profondamente sensuale. E invece è un lavoro impulsivo ed immediato, registrato nel corso di due sole sessions, improvvisate e notturne, dopo una serata passata a fissare il fondo di un boccale di birra.
Tom Waits e Roxy Music si incontrano nel buio della notte cittadina. La materia è ibrida e refrattaria a lasciarsi catturare; il linguaggio è solo episodicamente pop, raramente uso alle convenzioni ed avviato piuttosto ad un connubio di stili – la ballata noir, i grooves contorti – destinato a non trovare un baricentro, a tormentarsi indefinitamente.
Eppure non si può negare a "Rose" un certo primigenio fascino, specialmente se ascoltato nelle giuste condizioni: è un album di disperazione rassegnata, che trova il suo posto sul divano, con un bicchiere sul tavolo e una notte da riempire con note di consolazione. Solo, non portatelo fuori da quel recinto: non sopravviverebbe a lungo.
"Adrenalin" è il pirotecnico ed ingannevole incipit a base di grooves e sassofono, i Roxy Music di Virginia Plain a un concerto pop . E anche se il suo surplus di energia rimarrà ineguagliato è lo stesso un buon indicatore della volontà di restare in bilico tra i linguaggi, di una ricercata ambiguità che è la forma ideale per esprimere le delusioni di cui il disco è pieno. Sax e percussioni ebbre di sussurri al whisky, un sottofondo che seduce dalla voce profonda e sussurrante di Peter Rose al torrido tessuto strumentale, il luminoso inizio di un viaggio che terminerà tra le ombre.
Perché anche se non restituisce una storia, Rose può almeno vantare chiarezza d'intenzioni. L'improvvisazione produce pezzi ineguali, dentro e fuori fuoco, il cui comune denominatore è la reazione spontanea – rabbiosa o rassegnata – alla fine di una storia. Ubriachi come una sbronza triste ("Fists And Hands"), modellati in forma di taglienti imitazioni funky ("Uh Huh"), persi nelle spire di una notte senza stelle ("Mythology"), e infine capaci di ritrovare la strada di casa, grazie ad una serie di ballads abbandonate al profondo abbraccio della notte: il crooning sobrio di "The Horse's Mane", le asperità rabbiose dell'elettronica "Slaughterhouse Of Love" e infine il rassicurante dondolìo delle note di basso di "Nowhere" che conduce verso il meritato abbraccio del sonno, e dell'oblio.
Conservatelo per la prima notte a cui proprio non vi riuscirà di dare un senso.
www.pjrose.com/rose