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(piccola pausa dall'indiepop – inizio)

Per quanto sia repentina ed incompromessa l'aggressività degli XBXRX, la loro furia è tutt'altro che cieca. Costruendo sulle macerie punk ed hardcore e dei linguaggi da essi introdotti, innalzano costrutti ritmici altamente instabili e al tempo stesso solidissimi, capaci di minacciare continuamente un'esplosione che non ha mai luogo. E sul filo di questa tensione si giocano le dodici tracce di "Wars", taglienti, polemiche, amare, avvolte da un'aura fosca che impedisce all'aria di filtrare, spezza le linee ritmiche e le rimescola a brevissimi intervalli.
Ma questo non è un album frenetico. Tutt'altro: pur nella loro sistematica magmaticità, le sue dodici tracce paiono ergersi sopra la miseria che sonicamente descrivono, sfiorando punte di accessibilità ("Suffocation", "Ear ever hear") raramente raggiunte prima, e concedendosi lente e sontuose costruzioni che raggiungono in "Towers of Silence" un autentico punto di arrivo.
"Wars" è un lavoro di opposti e contraddizioni che si incontrano, si negano e si abbracciano ancora, ma se l'insieme rimane indecifrabile, si scorgono riquadri familiari dietro al tessuto complessivo: dissonanze, progressioni, ritmi spezzati e ricomposti parlano la lingua post-punk (la lezione delle Slits metabolizzata in "Eight War"), conservano le vestigia harcore dei primi Black Flag e Bad Brains e dismotrano che a quasi vent'anni di distanza, la misteriosa band di Oakland è più che mai viva. A volte è bello perdersi in lavori come questo.
(piccola pausa dall'indiepop – fine)