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lunedì, 29 gennaio 2007
Peter Loveday: Moving along (Middle Of The Road Records, 2006)

E' uno di quei musicisti che può capitare di trovare in qualche teatro di periferia o alle feste dell'Unità, Peter Loveday: una vita passata a suonare, e senza mai fare due volte la stessa cosa. Ora che ha deciso di fermarsi a Barcellona a godersi il sole ha abbandonato la new wave che frequentava coi Tiny Town per dedicarsi al pop/folk acustico, poco o nulla disturbato dalla presenza di una full band in studio. "Moving Along" nasce dal vivo, è registrato in presa diretta e soffre degli inconvenienti del caso, primo tra tutti l'eccessiva semplificazione degli arrangiamenti e l'assenza di un elevato contrasto con lo sfondo. Musicalmente, la scrittura di Loveday è solida e capace, diremmo persino navigata come si addice ad un artigiano della musica pop: ballate a velocità variabile che però spesso mancano di lasciare il segno in assenza di elementi distintivi. Noi ricordiamo i semplici cori della vivace "Photograph", l'imperfetto scalpiccìo Ritchmaniano di "Moving Along", che pure si accontenta troppo presto di se stessa, e le suggestioni di folklore inglese richiamate da "Simple Song". Il resto è maniera, con i maestri Cave e Dylan così distanti da essere quasi irriconoscibili.
Non esente da una certa naiveté acustica, quella del musicista che si è fatto on the road e non ha nulla da nascondere nelle pieghe dello studio, "Moving Along" è un album piacevole, ma con pochi sussulti.

www.peterloveday.com

Postato da: howty a 00:21 | link | commenti |

domenica, 21 gennaio 2007
Cagesan: I love machine (Beaubrun)

Le raccolte sono sempre ricche di sorprese. Pensavo di averle viste tutte con il tributo a "What Is Love" di Haddaway, ma questa prima uscita della giovane etichetta parigina Beaubrun rimette in palio il titolo per la compilation più stramba. Il Cagesan (sulla cui reale esistenza non scommetterei un centesimo) è un passero Australiano il cui verso - un veloce cinguettio seguito da un fischio lungo e stridulo - è servito come base per le composizioni di quindici artisti, pescati soprattutto nel sottobosco elettronico francese. E ogni canzone - qui si entra nel surreale, attenti - porta per titolo il nome di un capo di vestiario che compone il guardaroba del pennuto, peraltro accuratamente documentato nel filmato della visual artist Elizabeth Creseveur in calce alla tracklist (ve l'avevo detto io).

Liquidata la questione della stranezza, non stupirà scoprire che "I Love Machine" è un album ricco di ironia, anche negli angoli meno raggiungibili laddove l'elettronica si fa portavoce di una incomunicabilità volatile, divisa tra voglie di rotondità e improvvisi acuti - proprio come il canto di un uccello – per poi raffreddarsi ad alta quota.
Il verso campionato del Cagesan non è solo un trillo rassicurante che torna a ricordare il piano dell'opera ma serve a spiegare il distacco emotivo di gran parte del lavoro, strutturato in larghe gabbie sature di suoni elettronici ed analogici - come l'elettrofolclore di DJ Chienlup - e per la maggior parte strumentale, fratturato in bleeps e mosaici electro che affascineranno solo i più portati alla materia.
Le interpretazioni più stravaganti sono l'incrocio naif tra rap e disco 80 di Digiki, la minacciosità industriale di James Harvey che trova il modo di inserire nel suo pezzo un campione dei Buggles e Reznicek, che in "Petite robe de printemps" apre e chiude citando il Lennon defunto di "Free as a bird", contorno alla calibrazione in varie modulazioni dei suoi strumenti (qualunque essi siano).
Quella più vicina a casa è l'interazione calda e festiva di Toog/Gilles Weinzaepflen, che illude con uno spesso strato indietronico e poi va a pesca in ogni tipo di field recording generando il tipo di allegro caos che si addice all'opera (d'altra parte è lui il padrone di casa). E fa capolino anche Momus, che anziché usare il verso dell'uccellino per ornare il suo pezzo ("Costume de Lapin") lo replica al PC e lo mette in loop su effettaglia varia, concreta e inaccessibile.
L'avrete capito: non è roba per tutti, ma non solletica la vostra curiosità?

www.beaubrun.net

Postato da: howty a 22:46 | link | commenti |

mercoledì, 03 gennaio 2007
A/V: Get while the getting's good (Aufgeladen und Bereit)

E' probabile che non ci fosse bisogno di un'ulteriore compilation per mostrare la varietà e la vitalità della scena indipendente scozzese (nel qual caso vi indirizzerei sull'impagabile "Kilt By Punk", monumentale raccolta capace di documentare in tre CD la nascita dello scottish pop/punk/rock, dai Rezillos agli Orange Juice), ma quando il disco è assemblato con il buon gusto e l'equilibrio di Markus Wilhelms, fanzinaro degli anni 80 che ha curato "Get While The Getting's Good" per la tedesca Aufgeladen und Bereit, c'è poco da obiettare.
Una raccolta incantevole, che non cela alcun segreto, non cerca di imporre un tema comune alla selezione, ma si offre al godimento senza affanni, come una scatola di cioccolatini senza fondo. Finché il raccolto è buono, tanto vale raccogliere. E alcuni raccolti sono sempre buoni.

La selezione è vasta ed interessante, i nomi noti assai pochi e colti nel loro massimo splendore (i già sentiti ma sempre ottimi Camera Obscura di "Tears For Affairs", i Popup di "A Year in a Comprehensive" più ricca e calda rispetto alla versione demo che conoscevamo), e i gruppi da scoprire invariabilmente meritevoli di approfondimento. Limitandoci all'ambito strettamente pop - non senza avvertire che sarebbe un peccato trascurare il resto - abbiamo adorato il pop'n'roll dei Bricolage, che nella pungente "Flowers of Deceit" fanno i dovuti inchini agli Orange Juice, la sottigliezza delle Tibi Lubin, delizioso terzetto femminile di Glasgow che accarezza con chitarre e voci la fiabesca "Hurry Monkey Hurry" nel buio più assoluto, e i Secret Goldfish che coverizzano il Vic Godard di "Outrageos Things" con cura infinita, ma i bonbon sono lungi dall'essere terminati.
Tolta l'introduttiva "Barcelona" - uno spoken word sugli sterotipi scozzesi con Gareth Sager del Pop Group e recitato dal poeta anarchico Jock Scot - la disinvoltura negli accostamenti lascia intuire come la scaletta sia libera di usufruire della funzione "shuffle" del lettore CD senza risentirne, ed anzi arricchendosi ogni volta di sfumature nuove: la dolcezza di flauto e basso del Raymond MacDonald Quintet e i bleeps elettronici di Automations & The Ons, ed altre varie e libere interpretazioni del verbo pop! declinato alla scozzese, sempre splendide, sempre untrendy. E sembra tutto così facile che ci si dimentica di come sia difficile raggiungere simili risultati con una compilation.

www.aufgeladenundbereit.com

Postato da: howty a 01:56 | link | commenti |