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Premio per il miglior titolo di canzone dell'anno a "My bed is a monument of hate against my job" (anche il mio, grazie), che messa proprio all'inizio rischia di rovinare tutto, con i suoi muffled vocals e confuse tastiere ricoperte da una coltre di ovatta: si rischi di bollare il tutto come sciapa elettronica lofi e finita lì. E invece "Insert parallel universe" degli olandesi Zea - nessun legame con l'omonima band Svedese - ha molto altro da offrire, e se i tredici pezzi successivi hanno titoli meno interessanti sono infinitamente meglio riusciti. Quella degli Zea è indietronica frenetica, il riciclaggio sonoro di Solex portato nella dimensione indie/punk a velocità esasperate. Tracce distanti di new beat fiammingo, tastiere saettanti tra gli scheletri dei pezzi e rumore, tanto rumore, una finta anarchia che assembla pezzi pop-punk-elettronici usa e getta con effetti da videogame, tastiere anarcoidi, drum machine, dissonanze e brevi e convulsi inserti di chitarra.
E di solito non fa per me questa roba, ma gli Zea riescono a dare una insperata coerenza al miscuglio, a far sì che ogni pezzo sia una canzone anziché una confusa accozzaglia di suoni, e così facendo mantengono credibile sia l'impianto ribelle che la voglia di divertirsi.
Al loro più lento, gli Zea sono una indie band in corsia di sorpasso ("click click 6002"), al loro più esasperato un gruppo di digital hardcore prestato al pop ("Why do good things happen to bad people?"). Ma com'è giusto che sia, è quando dimenticano ogni schema che partoriscono il meglio: nel dub tagliato dai synth di "You are ace?" e nel surf-pop elettrico di "It was red" che collassa in caos autentico, ma più di tutti nella giostra elettronica di "New kicks", sequencer a rotta di collo sull'otto volante che nel refrain si riassetta su un tappeto di protools e poi ricomincia il giro della morte.
Un disco inafferrabile e folle che gli Zea non riescono a far emergere completamente dallo stato di demo cresciuto a dismisura, ma che tiene botta per quattordici canzoni senza prendersi troppo sul serio e con un'inventiva senza soste, che alterna muezzin e midtempo, surfpop e oltranzismo punkelettronico e chissà quanto altro ancora. Puro e disordinato genio.
In certi saltuari momenti mi capita di guardare con occhio più benevolo agli orrori del mondo, alla sozzura, al degrado morale, alla volgarità diffusa che tutti insieme, fissati da una sapiente mano di glitter e sfrequenzati nell’etere ad opera di specialisti nel meretricio fonetico, sostanziano la “cultura” ufficiale del pianeta.
Mentre me ne sto al riparo, circondato da brandelli criogenizzati di Bellezza, avvolto dalle esclusive spire dei miei capricci separatisti, secluso nel mio mondo interiore come in un bunker celato dalle frasche dei Colli Sarrizzo, capita che m’innamori di qualcosa che non ha ancora fatto in tempo a vendere la serie warholiana delle sue sagome ad abili acquirenti di notorietà.
Lo Schifo tutto (ed i suoi elenchi telefonici) allora altro significato non hanno che conferire spessore a ciò che, per un attimo o per una intera vita immaginaria, gli si sottrae.
Sto parlando di un demo di 4 canzoni. Sto parlando del fatto che è bello di un bello che non mi andrebbe neppure di condividere.
A volte cerco di rammentare il preciso istante in cui sarebbe stato giusto che io mi esprimessi una volta per tutte e definitivamente, per potermi guadagnare l’addio.
Il momento unico nel tempo in cui il mio amore e le mie mani avrebbero potuto dimenticare l’aria ed il suo attrito, evitare di guardare verso la folla per elemosinare parole all’infausto incontro ed estinguere in un gesto unico il debito contratto con la nascita.
Certo oggi la bellezza si trova facilmente. La distribuzione è stata rinforzata. Ad essa si sono vendute le industrie. L’hanno sedotta, comprata e ri-programmata. Screditarla avrebbe implicato il poterla successivamente rilevare con un’operazione che chiamerebbero da maestri.
Possiamo più fare il tifo per lei? Possiamo più sognare di sacrificarci e sacrificare tutto ad un suo momento di distrazione? No.
Possiamo provare a distrarci noi, e non capita più: non scambiate lo stress con la metafisica.
Può provare a distrarsi lei: e qualcosa le sfugge. Ci sono molte possibilità che eluda anche noi. Oppure? Dovremo presenziare ad ogni nuova nascita e scartare ciò che non ha i requisiti.
I Giugno Truffaut non hanno i requisiti. Non sono tagliati per queste parole né per attenersi scrupolosamente a queste indicazioni. Non fanno parte di un piano complessivo per significare qualcosa. Il momento che avrei voluto per me da me lo hanno preso loro. Hanno titolato “demo” la somma di 4 canzoni suonate con due chitarre acustiche e mezza tastierina. Hanno inciso qualcosa che non è inciso. Che non incide. Che mi domando come quelle corde di chitarra abbiano fatto ad entrare in vibrazione, tanto leggera è la mano che le guida nel sogno.
La musica dei Giugno Truffaut è immagine ipnagogica, desiderio interruptus, celebrazione ineffabile. Essa coglie (mancandolo) il bersaglio dell’ascolto, e si vaporizza come nei sogni del mattino, subito dopo aver fatto rifulgere un’eterna mancanza.
E so cosa c’è, anche se l’ignoro: che i delicati arpeggi a là Johnny Marr di Roberto e Pasquale, e la voce personalissima di quest’ultimo formano - nella loro minimale sussistenza - qualcosa di alchemicamente misterioso. Essi interagiscono con parole la cui ostensibile mancanza di understatement, conferisce surplus d’irrealtà: ad alcuni suoneranno come affettazione, a me già ricreano invidiosamente un incanto primevo che a vent’anni è mancato e proprio quando avrei potuto offrirmi in olocausto alla Musa. Quando ero ancora pulito e credevo nella nave di cristallo.
Sto consigliando a Pasquale e Roberto di lasciar perdere. Di stampare questo disco in cento copie a spese proprie e con un gesto di bellezza dadaista, ripararsi da un mercato che potrebbe solo sporcarli.
Chapeau.
Un album veramente interessante. Pop francese al mille per mille che guarda al passato, e più in particolare alla musica pop e beat transalpina degli anni ’60-’70 (Serge Gainsbourg e Jacques Dutronc su tutti), ma anche al miglior presente (Air, Sébastien Tellier, Florent Marchet, Jérôme Minière, Katerine). Come i compagni di scuderia Kid Fancescoli, i Nicholson riescono benissimo ad interpretare una sensibilità pop tutta francese unendola con tocchi di elettronica e musica ambientale. Niente di non già sentito, ma realizzato con estrema eleganza, gusto e semplicità. Il gusto rétro esce fuori in parte degli arrangiamenti che privilegiano organi hammond e ritmi un po’ “swingheggianti”: in “Qu’est-ce que les animaux ont moins que nous?” è lampante l’influenza del pop obliquo e scuro di Gainsbourg e la chitarra ha addirittura un tocco psichedelico e surf. Un pregevole lavoro da inserire all’interno del grande filone “french touch”.
www.myspace.com/nicholsonfrommarseille