Links

Archivi

oggi
dicembre 2008
novembre 2008
maggio 2008
aprile 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
settembre 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
maggio 2006

 

Visite: *loading*

 
martedì, 24 ottobre 2006
Frida Hyvönen: Until death comes (Secretly Canadian)

Adesso è chiaro. Ora che "Until Death Comes" ci arriva dalla direzione opposta, gli USA – per intercessione di Secretly Canadian – e non dalla terra dei miracoli di Svezia, si può finalmente capire meglio, sovrapponendo le diapositive sul proiettore.
Il disco è rimasto lo stesso, ma liberi dall'illusione stagionale (e dai fantasmi di Jens Lekman, El Perro del Mar e compagnia di songwriter) riusciamo a vedere. I colori si asciugano e Frida Hyvonen adesso è bianco su nero, nero su bianco; bicromatismo senza preferenze.
Adesso è chiaro che la sua musica attinge alla malinconia della notte, quando il silenzio è una parte così importante del tutto che per interromperlo è necessario un valido motivo. E l'ora dei sogni è tanto vicina da confondersi con la realtà. Diventate americane, le sue canzoni fanno paura, mettono freddo, esaltano le pause. Le dita che esitano sui tasti, il respiro riluttante che accompagna ogni parola spiegano l'innamoramento dei Concretes e la voluttà con la quale sempre più persone si abbandonano al pianoforte di Frida: l'eleganza e la solitudine riflettono i sentimenti di chi ascolta e sono i sintomi di un isolamento al quale l'artista oppone uno sdegno privato, ingenuo e passionale. Spontanea come una bambina che non abbia interesse a distinguere il bene dal male, fiera come una poesia di Anne Sexton, Frida piega la realtà ai suoi voleri. Adesso è in buona compagnia, da qualche parte tra le note sepolcrali di Nina Nastasia e quelle impolverate di Cat Power, ma rimane sola. Qua la luce non passa, non bacia il suo abito bianco né le note del suo pianoforte; le parole sono confessione e conforto per i disperati, in un percorso di purificazione con il fuoco che lascia sul campo solo due colori. Il nero e il bianco dei tasti.

www.fridahyvonen.com

Postato da: howty a 23:52 | link | commenti |

sabato, 21 ottobre 2006
Wolf Parade: Apologies To The Queen Mary (Sub Pop)

I Wolf Parade sono originari del British Columbia, ma si formano a Montreal grazie ad una bugia.
La leggenda vuole che Alex Megelas del Grenadine Records abbia chiamato Spencer Krug, allora un “semplice” pianista, per aprire per Melon Galia e Arcade Fire a Montreal. L’unico requisito: avere una band, cosa che Krug afferma di avere.  Allora, con meno di tre settimane di tempo per formare questa famosa band, Krug si rivolge a Dan Boeckner, il suo amico chitarrista, per poter mantenere la promessa fatta a Megelas. Insieme, i due si mettono alla ricerca di un batterista che “suoni come i tuoni” ed è così che Arlen Thompson si unisce al gruppo.
Dopo aver suonato lo show i tre decidono di incidere un EP nel 2003, ma è solo con l’aggiunta di Hadju Bakara nel 2005 che Wolf Parade inizia ad ottenere il successo che si merita.

La musica degli inizi, a detta di alcuni, può essere classificata come musica senza senso, l’equivalente di uno scontro tra amici ubriachi. Apologies for Queen Mary, però, è molto diverso, poiché è il risultato di un processo di sperimentazione sincera e improvvisata che vanta il contributo di Isaac Brock di Modest Mouse, membro della casa discografica Sub Pop e sostenitore entusiasta del lavoro del gruppo di Victoria, B.C.

L’album apre con “You are a runner and I am my father’s son”, che è un pezzo a dir poco coinvolgente, grazie soprattutto alla sequenza iniziale di batteria e alla melodia “spigolosa” che sembra l’ideale per accompagnare la voce “inquieta” di Krug. Ma anche il resto dell’album non è da meno: i testi, se ascoltati attentamente, rivelano storie popolate da fantasmi (“Same ghost every night”), da ricordi d’infanzia che perseguitano, e di figure animali piuttosto surreali, mentre gli arrangiamenti sono a volte ballabili (come la travolgente “It’s a curse”), altre volte delle ballate romantiche con il giusto tocco di tristezza. Il suono in generale è malinconico ma travolgente, e i Wolf Parade dimostrano un talento musicale simile a quello di Modest Mouse e Neutral Milk Hotel.
Due canzoni in particolare rappresentano lo spirito di questa band particolarmente bene: Modern World, che apre con un lamento nei confronti del mondo moderno (“I’m not in love with the modern world”) e Fancy Claps, caratterizzata da grida di disincanto e dal sintetizzatore di Hadji Bakara.

Wolf Parade è un gruppo che sembra desinato a crescere e definitivamente alla portata della nostra vita di tutti i giorni. Forse è per questo che Apologies viene suonato sempre più frequentemente (e per intero) nei cafè di Toronto.

Chiara

Postato da: howty a 01:11 | link | commenti |