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Nascosti dietro l'enigmatica figura di Adam Straw, autistico genio con il triplo ruolo di chitarrista, cantante e songwriter, i Finlay sono una band atipica: non cercano fama e notorietà, si dichiarano troppo soddisfatti dei loro lavori per abbandonarli a favore della musica rock e attendono tre anni per dare un seguito al loro album d'esordio. Hanno un cantante tanto geniale quanto inadatto ai rapporti sociali e una tastierista che sbadiglia spesso sul palco perché si annoia. E com'è ovvio trovano casa accogliente da Fortuna Pop, etichetta che non esige particolari compiti di promozione alle sue band.
Dietro il pretesto di un ricordo di gioventù (la caduta di una vecchietta - mary - alla quale ha assistito l'intera band) "The Fall of Mary" nasconde lo straripante talento lirico/musicale di Straw, il cui genio irregolare cuce post ed indie rock nel solco della lezione Pavementiana. L'approccio dei Finlay oscilla tra rumore e dissonanze ed esalta quella stessa straripante vena melodica che cerca inutilmente di camuffare, disinnescandola con stonature o liberi accessi di rumore. Ma se la filosofia "slacker" conteneva dosi di improvvisazione e casualità, la band londinese non lascia nulla al caso e produce un lavoro in cui i dettagli sono lucidati alla perfezione, dove persino le cadute di tono sono programmate a tavolino e ogni elemento è funzionale alla riuscita del tutto. Ne risulta un disco coeso e tirato, che fa tesoro della stessa impreparazione tecnica dei musicisti e la sfrutta in direzioni opposte, da un lato per acuire la fragilità dei pezzi e dall'altro per evidenziarne una stolidità "rock" tanto ottusa quanto inscalfibile.
Un album da ingegneri, che pure trova respito autenticio nelle sue numerose intuizioni e se non scopre un nuovo linguaggio nondimeno eleva ad arte la filosofia musicale di riferimento, concentrandosi sui dettagli per rendere inattaccabile il complesso. Non un'opera grandiosa, ma più modestamente impeccabile, come tanti dimenticati alfieri della piccola materia indie (mi vengono in mente i Rainer Maria).
E così "the Fall Of Mary" riesce ad essere intenso e scatenato, emotivo e incurante mantenendo una profonda coerenza. Il lungo crescendo di "Mary IV", culminante in una calda e lenta risalita di feedback atonale dentro e fuori fuoco fa da antipasto alla perla del disco "Hanging Crowds": disperatamente intensa, concentrato di melodismo tagliente e drammatico che non maschera timidezze e raccoglie i frammenti di emotività dispersi dagli appigli rock che ornano il disco sin dall'iniziale "Rad Wagon" per tornare a nascondersi sin dalla successiva bluesy "This One".
Le chitarre restano in posizione chiave sino al trionfo di "Phantasmagoria", irresistibile cavalcata alla 11th Dream Day che mette in loop un unico riff e ci costruisce sopra smarrite tessiture vocali e furibondi accessi elettrici, termina per esaustione e riprende poi vita nella conclusiva "Thread on flowers pt2", ottimo spoken word esiliato all'estremità di un album che dimostra più di quanto non appaia.
Sapete quello che si dice da queste parti delle turiste nordiche che affollano le sponde del lago di Como? In caso negativo non sarò certo io a rivelarlo nei dettagli (non sono così sciovinista da avallare certi discorsi), ma è opinione comune che esili e promettenti boccioli diano spesso luogo a rose, diciamo così, troppo robuste.
E' certamente un caso che le Audrey siano tutte donne - d'altra parte non è al loro aspetto fisico che ci interessiamo in questa sede - ma "Visible Forms", album d'esordio che fa seguito ad un EP tanto splendente quanto misconosciuto (ne parlammo qui) pare soffire dello stesso precoce decadimento che tanto amareggia i playboy locali.
Quello che più ci piaceva nel calderone post-rock delle Audrey era la bellezza capace di eruttare improvvisa e inannunciata dalle dense tessiture strumentali come una liberazione, come un desiderio tenuto troppo a lungo segreto; inevitabile eppure spontanea.
A questo "Visible Forms" le Audrey hanno invece dato una struttura visibile (appunto), trasformando terse improvvisazioni in canzoni vere e proprie in cui le parti cantate assumono un ruolo funzionale e centrale anziché scaturire per logica conseguenza. Le risoluzioni Audriane non sono più ariose o enigmatiche ma pesanti, densi culmini di crescendo che mentre trascurano le uscite melodiche le avvicinano sempre più a quel "neo-prog" fiorito alle soglie del secolo. E così, ad un avvio di pezzo immancabilmente invitante fa seguito una costruzione "in aggiunta" che stratifica corde ed accordi in una sorta di improvvisazione di stampo classico/moderno.
La lunghezza consentita dall'album permette loro escursioni ed esperimenti, sia in ambito vocale ("Treacherous art") che misto-elettronico ("The significance of being overt") disperdendo allo stesso tempo parte della coesione che dovrebbe caratterizzare il lavoro, ma ciò che è peggio è che in questo processo di innegabile maturazione gran parte di ciò che rendeva speciali le Audrey è scomparso, togliendo il puro stupore dei pezzi, la casuale e leggera profondità, il senso di mistero che erano le doti più preziose della band.