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Non è che Cortney Tidwell ami la sorpresa per la sorpresa; lo stupore di fronte al respiro delle sue canzoni è soltanto un effetto collaterale, la risultanza imprevista di un'escursione sonora che in pochi avrebbero il coraggio di osare ma che per Cortney appare cosa scontata, naturale. Ci avevano provato, a regalarle l'etichetta di regina del country gotico che pareva logica conseguenza di un EP dolente ed innegabilmente buio, ma l'album d'esordio ha scombinato i pronostici, mettendo a nudo l'insondabile talento della ragazza e gettando le basi (giornalistiche) per un marasma di citazioni suggestive ma impossibili da far combaciare, come una scatola piena di pezzi appartenenti a diversi puzzle. Cat Power, Ricky Lee Jones, Bjork, Neko Case e Hope Sandoval, folk, jazz, post-rock, glitches, shoegaze: vi pare possibile?
E' diverso perché alle spalle della ragazza c'è una band - Tyler e un paio di membri dei concittadini Hands Off Cuba - che asseconda ed amplifica i repentini cambi stilistici di Cortney: lunghi crescendo di accordi diretti verso abissi di (r)umore, armonie scaturite dal caos, glitches insistiti e ritmi ridotti al minimo, suoni elettrici distorti ed elettronici d'atmosfera che spiegano perché Ms. Tidwell sia tanto riluttante nel concedersi alla semplicistica definizione di singer/songwriter. E se in alcuni casi ("Illegal") lo stile vocale è frammentato, costruito su sillabe e iati che scavano la laringe alla maniera di Bjork o Sinead O'Connor, altrove assume sapori di zucchero ("Pictures on The Sidewalk"), figure sonnolente ("Eyes at the Billions") o arditamente sognanti ("I Do Not Notice"), in una versatilità davvero prodigiosa.
Ma a dispetto dello straordinario eclettismo messo in mostra dalle sue undici tracce, "Don't Let Stars Keep Us Tangled Up" è un album che trova una forte identità nelle radici del vissuto, germogliando da un personale tormentato e complesso che non contempla finzioni o travestimenti e si oppone sincero alla moltitudine di stili messi in mostra. Una concentrazione che abita anche le più ermetiche storie di Cortney, circonda le suppliche di "The Tide" come l'estroversione di "The Missing Link" e sostiene l'allegoria sci-fi della title track rendendola imprevedibilmente intensa e pone un forte sigillo emotivo ad uno degli esordi più affascinanti dell'anno.
Bad Animal-Ingredienti:
a. Shawn Gallagher (nessuna parentela), solitario popster elettronico da Knoxville, Tennessee.
b. Una vecchia tastiera Casio SK-1.
c. Un elenco di frenetici patterns ritmici e test beats riprodotti da a. per mezzo di b. in forma di canzone.
Bad Animal/Sahwn Gallagher propone da qualche anno elettronica DIY a velocità folle nel sottobosco indie-elettronico americano, prima come membro di Plastic Mastery e Sweet Pickles e ora in proprio. Pezzi scheletrici in continuo movimento, prodotti da macroaggregati di ritmo sopravvissuti per errore all'ultima formattazione del suo SK-1.
I nove pezzi di "The Hunted" prendono la stessa polvere di elettronica eighties dei Le Sport e la imbottigliano in forma compressa, pronta ad esplodere: nessuna sorpresa le attraversa se non quella di ritrovare certe formule intatte dopo tanti anni e tante manipolazioni. Eppure Gallagher sa increspare la superficie cristallina dei semplici giri di keyboards, e innesta nei suoi Casiobeats contenuti subliminali sorprendenti. Se non c'è modo di equivocare l'imperturbabile allegria di tastiere che scimmiottano da lontano la vecchia popelettronica di consumo, il modo in cui si accompagnano a liriche di "heartbeats & heartbreaks" (la definizione è dell'autore) tradisce malinconie da cameretta: "U wanted My love", "Impossibile 4 Possibilities", persino la travolgente "Not Perfect" hanno un retrogusto amaro che non si lascia travolgere dai beats ma anzi li sostanzia, donando loro quella profondità che la scarna strumentazione non può garantire e avvicinando il lavoro di Bad Animal ai primi Men Without Hats, ugualmente divisi tra giubilo e giudizio.
Certo, lo spessore delle canzoni rimane minimo, legato com'è alla fatale ed elementare catchiness dell'elettropop che scivola via al primo scroscio d'acqua, ma per quanto soggetto a rapida usura, "The Hunted" non è esente da meriti: oltre alla bellezza dell'effimero, nello scratching di "Trippin…" e nel dancefloor alternativo delle speculari "Sharks" e "Golden Globe" - costruite con gli stessi mattoncini ma in ordine inverso - mostra cura artigianale e voglia di superare gli stereotipi Petshopboysiani che imperano nell'elettronica pop del 2006.