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giovedì, 04 dicembre 2008
Radia EP (autoprodotto, 2008)

Non è più immediatissimo associare il futurismo al futuro, né tantomeno la radia all’entusiasmo modernista che furoreggiò sconsiderato tra le froge cerebrali di chi, vaticinando guerra, s’annoiò della lentezza sublunare.  La luna è rimasta al posto suo e l’uomo in nessuno in particolare. La civiltà dello spazio sembra impigliata nelle foto sgranate dei sixties, seppellita in pile di rotocalchi in archivio, ornamento stilizzato a soffitti di giovani pubblicitari. O spunto per pigiare frasi lunghe sui sintetizzatori, metallizzare le voci e soffiare ovunque il placido raid d’una batteria al decollo.  L’operazione Air, perfettamente riuscita (e perfettamente dileguata nelle brume della noia compositiva) rivive in terra vaticana, precisamente in Abruzzo. Lànciano il razzo da Lanciàno, e mentre parte ti Chieti se centrerà il bersaglio di un po’ di notorietà. A parere di chi scrive un pezzo come “Breve storia” ha tutte le carte (astrali) in regola per farcela. Grande respiro, bei suoni, timbro vocale efficace, nessuna pretesa.  Caratteristica che negli 00 sostituisce bene quella vecchia velleità opposta.  Il resto del disco non disturba e galleggia nello spazio dei satelliti trasmittenti. Chiedete l’ep direttamente alla band contattandola su myspace:

 

www.myspace.com/radiasound  

Postato da: venator a 13:30 | link | commenti |

sabato, 22 novembre 2008
Old Polaroid “Men who hate women” EP (autoprodotto, 2008)

Mestatore del sottobosco messinese in epoca grunge e stoner, alla quale contribuì primariamente con le peripezie di un’ugola che sposava l’estetica della raucedine affermativa con un bass playing robusto e ben quadrato, Francesco Cipriano ha oggi lavoro e famiglia, i suoi thirty-something e tutti i postumi d’un idealismo che fa i conti con la recessione.
Old Polaroid sono il suo nuovo progetto, assemblato con il contributo di ospiti vari, fra cui spiccano la vocalità della cantante Zoe Berlin e vari cut up di tamburate dei batteristi Luca “Chaz” ed Enzo Cimino (già con Mariposa, Parente, Antolini). Francesco suona e “pensa” il resto degli strumenti, con entusiasmo e caotica lucidità. L’ep degli Old Polaroid è una sorta di circo à la John Spencer Blues Explosion (ma flaminglipsizzato assai fin quasi alle soglie del collettivo animale), un tripudio di caos creativo che procede lungo il sentiero d’una sarabanda imprendibile che lascia poscia un buon sapore in bocca. Vi si ritrovano gli ascolti di Francesco: shoegaze, new wave, ante-, post- e indie- rock (e pop). Eccentrico nell’arrangiamento ed esigente nel pretendere eleganza da ogni pezzo del puzzle, teatrale ed estroverso nel cantato di lei e nel controcanto di lui (che duettano emergendo dalla frenesia di campionamenti che salgono come bolle di sapone e scoppiettano come petardi) l’EP rivela buon gusto e savoir faire. Ma la sua virtù migliore rimane un’approssimazione felice, un vibrare tutto di scatto, una demenza paga e perspicua che brilla soprattutto nel perdifiato frenetico di “Connie won't let your family adopt a cat” e nel ripiegamento umorale di “All the attempts will fail”, psichedelica claustrofobia da baraccone.

Mandate una mail via myspace al gruppo per scaricare l’ep. Lp in vista. Consiglio: sintonizzarsi.


http://www.myspace.com/oldpolaroid  

Postato da: venator a 23:29 | link | commenti |

mercoledì, 07 maggio 2008
Simon Breed: The Smitten King Laments (Re-Action, 2008)

Se negli episodi precedenti a Simon Breed era piaciuto evocare l'empatia dello sfigato, questo album è un affare molto più serio: chiuso in un pessimismo impenetrabile sui destini umani, sia che proceda per allegorie (le favole noir "I spy the spider" e "The Golem vs the Gentile Giant", entrambe notevoli) sia che ponga quesiti esistenziali ("An Unhappy Fish"), Breed sputa il suo scoramento in faccia al mondo, e graffia le corde della sua chitarra con gli occhi fissi sul marciapiede.
Prevalentemente acustico, il fingerpicking carico di spigoli, di rado aperto alla melodia ma alternativamente minimale, delicato e poi travolgente, "The Smitten King Laments" è crudo e in larga parte sgradevole, perché non conosce altro modo per raccontare la sua sgradevole realtà; nemmeno quando i testi finiscono sul personale ("Devastating Sky", l'ingannevole quotidianità di "Finish My Book") sanno concedersi un sorriso, e anzi amano confondere le miserie personali con quelle collettive, esporre al mondo le loro fosche conclusioni.
Un'intensità di lacrime e sangue che non nasconde il talento dell'autore. Invita, piuttosto, a preoccuparsi per lui.

www.simonbreed.com

Postato da: howty a 23:21 | link | commenti |

martedì, 01 aprile 2008
Rose: s/t (Play Records)

Internet non restituisce molte informazioni sui Rose, titolari di un misterioso ed improvviso album omonimo. Sappiamo che sono in cinque, prendono il nome dal leader Peter Rose e vengono da Glasgow, e tante altre volte questo sarebbe bastato, ma non ora.
Perché "Rose" ha la copertina, la forma e l'aspetto di un concept album, le tinte scure di chi vuole raccontare una storia dark. Le sue spire strumentali elaborano una forma di pop progressivo a tratti pesante, in altri profondamente sensuale. E invece è un lavoro impulsivo ed immediato, registrato nel corso di due sole sessions, improvvisate e notturne, dopo una serata passata a fissare il fondo di un boccale di birra.

Tom Waits e Roxy Music si incontrano nel buio della notte cittadina. La materia è ibrida e refrattaria a lasciarsi catturare; il linguaggio è solo episodicamente pop, raramente uso alle convenzioni ed avviato piuttosto ad un connubio di stili – la ballata noir, i grooves contorti – destinato a non trovare un baricentro, a tormentarsi indefinitamente.
Eppure non si può negare a "Rose" un certo primigenio fascino, specialmente se ascoltato nelle giuste condizioni: è un album di disperazione rassegnata, che  trova il suo posto sul divano, con un bicchiere sul tavolo e una notte da riempire con note di consolazione. Solo, non portatelo fuori da quel recinto: non sopravviverebbe a lungo.

"Adrenalin" è il pirotecnico ed ingannevole incipit a base di grooves e sassofono, i Roxy Music di Virginia Plain a un concerto pop . E anche se il suo surplus di energia rimarrà ineguagliato è lo stesso un buon indicatore della volontà di restare in bilico tra i linguaggi, di una ricercata ambiguità che è la forma ideale per esprimere le delusioni di cui il disco è pieno. Sax e percussioni ebbre di sussurri al whisky, un sottofondo che seduce dalla voce profonda e sussurrante di Peter Rose al torrido tessuto strumentale, il luminoso inizio di un viaggio che terminerà tra le ombre.
Perché anche se non restituisce una storia, Rose può almeno vantare chiarezza d'intenzioni. L'improvvisazione produce pezzi ineguali, dentro e fuori fuoco, il cui comune denominatore è la reazione spontanea – rabbiosa o rassegnata – alla fine di una storia. Ubriachi come una sbronza triste ("Fists And Hands"), modellati in forma di taglienti imitazioni funky ("Uh Huh"), persi nelle spire di una notte senza stelle ("Mythology"), e infine capaci di ritrovare la strada di casa, grazie ad una serie di ballads abbandonate al profondo abbraccio della notte: il crooning sobrio di "The Horse's Mane", le asperità rabbiose dell'elettronica "Slaughterhouse Of Love" e infine il rassicurante dondolìo delle note di basso di "Nowhere" che conduce verso il meritato abbraccio del sonno, e dell'oblio.
Conservatelo per la prima notte a cui proprio non vi riuscirà di dare un senso.

www.pjrose.com/rose

Salvatore

Postato da: howty a 22:42 | link | commenti |

venerdì, 15 febbraio 2008
Kevin Drew : Broken Social Scene presents "Spirit If" (Arts & Crafts, 2007)

Fa freddo in Canada, abbiamo toccato punte di -30 e quindi, come potete ben capire, tra il freddo e il gelo c’é ben poco da andare a vedere in giro per locali. E senza concerti e nuove uscite degne di nota, il mio panorama musicale era  freddo e desolato quanto il centro di Toronto nel pieno di una bufera di neve. Tutto questo finché non ho ascoltato Spirit If…per la prima volta, ovviamente, perché ora è cambiato tutto. Con Spirit If…ho capito subito che quello che stavo ascoltando sarebbe diventato presto un altro pezzettino di genio da aggiungere alla colonna sonora della mia vita. 14 brani non sono tanti, ma Kevin Drew spazia dal brutalmente onesto all’irrimediabilmente intimidatorio raccogliendo per strada sentimenti, umori e frasi senza senso in un album che è poetico e disarmante al tempo stesso. “Farewell to the Pressure Kids” sono 6 minuti di caos organizzato che riprendono la tradizione epica e avventurosa di BSS. “TBTF”, invece, è uno di quei pezzi che sprigionano un irrefrenabile senso di spensieratezza e libertà, con l’indelebile dichiarazione “you’re too beautiful to fuck” che si ripete costantemente. Ma ci sono anche la fragile “F--ked Up Kid”, “Gang Band Suicide” e “Frightening Lives”, probabilmente uno dei migliori brani di questo disco, dalla potenza adrenalinica impressionante (ma siete avvertiti, ascoltatela una volta e non riuscirete più a levarvela dalla testa.)

In realtà quest’album è uscito già da qualche mese ed è per colpa di quel “Broken Social Scene presents” all’inizio del titolo che stavo per perdermi un altro capolavoro della scena indie canadese. Mi sembrava troppo da opportunisti cercare di far aumentare le vendite usando il nome del supergruppo dei miei sogni, anche se, effettivamente, Drew ne è il co-fondatore. Alla fine, poi, tutti gli ospiti d’onore, dai soliti sospetti a Tom Cochrane, sono talmente tanti che questo album potrebbe facilmente essere scambiato per l’ultima nuova fatica dei BSS. Ma Spirit If… è molto di più di un lavoro di gruppo, è la riflessione dell’animo attento e percettivo di Drew, con forti richiami ai magnifici anni ’90, nonché alla spensieratezza e l’assurdità della vita. L’unica cosa che potrebbe rendere questo album perfetto è poterlo averlo su casetta, ma alla fine ascoltarlo ad altissimo volume su un qualsiasi stereo può anche bastare. Registrato nel corso di due anni a casa di Ohad Benchetrit, questo album è il primo in una serie di uscite di altri Broken Social Sceners, il prossimo turno è infatti di Brendan Canning.

Spirit If è quindi  l’espressione musicale dell’animo di un romantico a vita. Famoso per i suoi improvvisi abbracci al pubblico durante i concerti di BSS, Drew è al tempo stesso un hippie moderno e uno dei frequentatori più assidui delle scene indie e rock. Questo album, anche abbastanza circolare, poiché finisce con un inizio ( “When it begins”), è un viaggio nei meandri della speranza e della paura. Seppure noto per le sue tendenze da megalomane, Drew non si ripete o impone troppo in questo album, la sua creatività si fa notare da se. Ed è infatti la semplicità a rendere questo album sublime, quasi catartico. Sicuramente un disco da coccolare e vivere per anni.

www.arts-crafts.ca/kevindrew

Chiara

Postato da: howty a 00:59 | link | commenti |

giovedì, 24 gennaio 2008
Jokifocu: Nuvole di passaggio (Micropop, 2007)

Le "Nuvole di Passaggio" sono per gli inguaribili romantici, a dispetto di basso, chitarra elettrica e batteria su cui volano. Sono parole che cercano di spiegare altro, il tempo per esempio, attraverso testi legati alla tradizione italiana, ma anche un suono molto vicino all'underground a stelle e strisce. Sono appunti del quotidiano, scritti su un braccio, sulla pelle, per non dimenticare. Registrato da Tony Vivona, mixato da Michele Pazzaglia e masterizzato da Maurizio Giannotti, il secondo disco degli Jokifocu racchiude dieci pezzi pop (+ un remix ad opera di Q) che cercano di stabilizzare le "Radieffusioni" degli esordi, in un equilibrio tra voglia di tenerezza e scariche di energia. Perchè non bisogna scordarsi che una tigre, oltre a ferire, sa anche miagolare.

PaMeLlO

www.myspace.com/jokifocu
 

Postato da: howty a 00:34 | link | commenti (1) |

martedì, 22 gennaio 2008
Mirabilia: Log in eye (Seksound, 2007)

Le informazioni fornite da Seksound sulle proprie uscite continuano ad essere elusive ("Mirabilia è il progetto solista di Holger Loodus, già leader dei Dallas" non ci è di grande aiuto) in rapporto inverso rispetto alla loro qualità. Per quanto distante dalle lande indiepop che ci competono, "Log In Eye" è un album bello ed intenso, assolutamente compiuto nella sua solidità compositiva/strumentale. Tra ballads semiacustiche di spessore, blanda elettronica e richiami piuttosto evidenti a Pavement e Sonic Youth, Loodus sa concedersi le cavalcate ritmiche tanto care a Graham Coxon ("Breeze" e "Let It Shine", entrambe in duetto con voce femminile), lievi distorsioni elettriche/elettroniche di stampo strumentale ("Hey Louie"), ballate al limite dell'agreste ("Sightseeing") con una maturità che tradisce lunghi anni di militanza ed una devozione per i modelli ormai evoluta in visione personale. Ma è nelle tinte dark che il nostro riesce davvero a stupire, specialmente nell'elettronica buia e stipatissima della tltle track e nei vocalizzi di "Josephine On The Roof", che al desiderio di crooning dell'autore unisce le suggestioni che potrebbero scaturire da una notte passata ad ascoltare My Bloody Valentine (ma - magia - senza chitarre!) e Stereolab. Non si scova un riempitivo tra le dieci tracce dell'album, solo tratti variabili di intensità che rendono "Log in Eye" un disco prezioso, anche a dispetto della distanza che cerca ostinatamente di mantenere tra se' e l'ascoltatore, quasi fosse desideroso di conservare una preziosa intimità. Un validissimo compagno per la fine dell'inverno.

www.myspace.com/mirabiliasound

Postato da: howty a 23:39 | link | commenti |

giovedì, 20 dicembre 2007
XBXRX: Wars (Polpolyvinyl, 2007)

(piccola pausa dall'indiepop – inizio)

Al secondo album dopo la rifondazione (nel 2005), gli XBXRX rimangono un mistero. E non solo perché hanno scelto di non rivelare i propri nomi, ma per l'inafferrabilità della loro proposta, ricca di rimandi punk/wave ma sistematicamente in grado di sorprendere.

Per quanto sia repentina ed incompromessa l'aggressività degli XBXRX, la loro furia è tutt'altro che cieca. Costruendo sulle macerie punk ed hardcore e dei linguaggi da essi introdotti, innalzano costrutti ritmici altamente instabili e al tempo stesso solidissimi, capaci di minacciare continuamente un'esplosione che non ha mai luogo. E sul filo di questa tensione si giocano le dodici tracce di "Wars", taglienti, polemiche, amare, avvolte da un'aura fosca che impedisce all'aria di filtrare, spezza le linee ritmiche e le rimescola a brevissimi intervalli.

Ma questo non è un album frenetico. Tutt'altro: pur nella loro sistematica magmaticità, le sue dodici tracce paiono ergersi sopra la miseria che sonicamente descrivono, sfiorando punte di accessibilità ("Suffocation", "Ear ever hear") raramente raggiunte prima, e concedendosi lente e sontuose costruzioni che raggiungono in "Towers of Silence" un autentico punto di arrivo.

"Wars" è un lavoro di opposti e contraddizioni che si incontrano, si negano e si abbracciano ancora, ma se l'insieme rimane indecifrabile, si scorgono riquadri familiari dietro al tessuto complessivo: dissonanze, progressioni, ritmi spezzati e ricomposti parlano la lingua post-punk (la lezione delle Slits metabolizzata in "Eight War"), conservano le vestigia harcore dei primi Black Flag e Bad Brains e dismotrano che a quasi vent'anni di distanza, la misteriosa band di Oakland è più che mai viva. A volte è bello perdersi in lavori come questo.

(piccola pausa dall'indiepop – fine)

www.xbxrx.com

Postato da: howty a 00:39 | link | commenti |

lunedì, 24 settembre 2007
Tiny Vipers: Hands Across The Void (Sub Pop, 2007)

Non ci si capisce nulla. “ Buon segno, il disco è bello”-pensi.
Hands across the void non lo è.
E’ un disco disgustoso.
Non so come si possa paragonare la voce di Jesi Fortino, aka, Tiny Vipers a quella di Nico o della Newsom. Dici Seattle e subito ti vengono in mente grunge, Nirvana, Hendrix Mudhoney. Quasi a nessuno viene in mente di associarlo a questo nuovo personaggio che incide con l’etichetta Subpop, da oggi etichetta rea di avercela sdoganata. Ho ascoltato il disco più VOLTE, anyway. Campfire resemblance è un mantra narcolettico infiorettato di dissonanze digitali, l’ascolto è più facile con il secondo pezzo,On this side, orecchiabile e allegro. Seguono Aron, Shipwreck e Forest on fire (la track più significativa), spezzate, dissonanti e severe. Swastika è la canzone che vale tutto l’ascolto: lunga, modulata, ululata, gli riesci a stare dietro a fatica. The Downward chiude l’album con le sue melodie misticheggianti e oscure. Nel marasma più totale ho capito che Tiny vipers giocherella con il folk, la soluzione a portata di mano per chi ha la voce a mezz’asta e un’ insostenibile sonnolenza blues. Ma anche tanto coraggio e cocciutaggine. Comunque sia, questa donna è il male. Preferisco Tullio De Piscopo.

aerobooking.com/tinyvipers.html

Valeria

Postato da: howty a 17:01 | link | commenti |

domenica, 01 luglio 2007
Jet Set Roger: La vita sociale (Snowdonia, 2007)

Le sorprese di casa Snowdonia. Da Brescia alla mia cuffia injackata nel computer, qualcosa di fresco, orecchiabile e personale, sporto con l’eleganza menefreghista ma precisa di chi prende a calci una lattina per le vie della città, e arriva col suo trofeo fin sotto casa, per dargli un ultimo calcio nel tombino. Jet Set Roger è un personaggio, non c’è dubbio, anche se qui sembra defilarsi nella maggior parte dei casi nella posizione dell’osservatore e del narratore di storie altrui. Ma è esattamente questo il ruolo apparentemente timido che si è scelto, e m’immagino che a vederlo dal vivo, con i suoi (dicono) travestimenti e le sue pose (pare) da entertainer, ci sia da divertirsi un non so che in più. Basso-chitarra-synth-batteria neo-proto-wave introducono l’album rivelando il doppio gioco del progetto di JSR, che arrangia con controllo il primo brano, “La vita sociale”, per massimizzarne la spinta pop, come se Battiato, invece di darsi al “centro di gravità permanente”, alla fine avesse optato per “la musica finto-rock” e “la new wave italiana”. Fin da subito affascina l’attitudine di Roger: il testo, un piccolo auto-ritratto da misantropo beat, vola sull’ironia di semplicissime rime e sulla delivery giocosa ma ferma, come una rielaborazione indie di uno sketch da “comedy show”, con voce e punto di vista fra il tenero e il sarcastico, e sfumature narrative e poetiche ad effetto.
Roger al piano, Andy dei Bluvertigo al sax, e parte “Canzoni tristi”, virando verso una ballata da Roxy Music padani, dando voce ad un cantante-personaggio serenamente afflitto da esistenzialismo da balera, o forse solo da un carattere malinconico. Il glam-punkettino di”Stupido romantico” porta avanti il gioco con un nuovo ritratto maschile, mentre scopre al meglio l’afflato contenuto ed ironico nel canto (forse volutamente) monocorde e nei testi, che sembrano affondare nel garbato stile caricaturale di personaggi da commedia leggera purtroppo perduti: penso ad esempio a un Walter Chiari o a un Nino Manfredi, nelle loro apparizioni televisive degli anni ’60, al loro pronunciare caratteri in modo sempre calibrato ed affettuoso. Cabaret senza veli, “La madre di Rachele” alterna vaudeville e delizioso ritornello, mentre “Piccolo re della notte” ha sfumature nuove ed argute per un altro personaggio maschile, in un quadretto addolcito dall’empatia e dalla voce, che finalmente svela il suo dinamismo. “Il tossico e il commesso” torna a rokkare (sempre con vezzi glam) e dipinge con pochi tratti netti una scenetta di drammatica “presa di coscienza” sociale. Si passa a ”Playboy”, e io non posso che riconoscere un non so che dal sapore Alberto Fortis (certo non nel canto di Roger, tutto controllo e inclinazione narrativa), soprattutto nella melodia e nel brio del piano, che mischia pennellate soft-prog a contorni pop-rock. “Come si fa” glamma sul tema del perdersi di vista quando le scelte personali portano a strade diverse, “Al cinema” prosegue raccontando in una scena ironica e amara la fine di un amore. Poi Roger approda a “Il bar dei miei sogni”, che musicalmente sembra una parodia dei Cure (suonati a una festa di paese), ed è chiaro, a questo punto, che la sequela di personaggi e storie, può solo essere scaturita da lunghe sedute ispiranti fra i tavoli dei bar preferiti, insieme a compagni di bevute dai tratti del tutto identici a quelli descritti in questi versi. Questa galleria di volti e piccole storie mi fa pensare all’infanzia e all’adolescenza che ho vissuto in un paesello del Nord Italia, dove la vita della comunità girava soprattutto intorno ai quattro bar a disposizione, quasi certamente con sfumature più interessanti di ciò che accadeva a chi gravitava intorno alla parrocchia…
Si chiude con “Sottacqua”, un ‘piccolo omaggio a H.P. Lovecraft’, eros e thanathos sotto una tenda alla fiera del pub rock revival, e con “Un’altra scusa”, uno dei brani più pop e dinamici, in cui Roger finalmente si scompone un po’ nel canto e lascia affiorare qualche nervo (più Fortis, più Fortis!) da sotto la maschera: forse, dopo aver sfiorato Lovecraft, ha iniziato a fondersi con un proprio doppio incluso fra i personaggi della sua galleria. Disco presuntuosamente senza spocchia, “La vita sociale” mi fa pensare e sperare che in Italia ci siano molti altri pezzi nascosti di pop vitale e non fashion-oriented come questo. Un qualcosa che crea identificazioni, racconta storie ed intrattiene: una funzione culturale e sociale di base che bisogna riprendersi ed usare per il semplice fatto di essere vivi.

www.jetsetroger.it/

Davide

Postato da: howty a 22:44 | link | commenti |